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Plastico Campi Flegrei

CENNI STORICI

L'area dei Campi Flegrei presenta delle caratteristiche che la rendono unica al mondo. Essa costituisce lo scenario di molti racconti fiabeschi classici narrati dai poeti stimolando così l'immaginazione degli antichi i quali ritenevano le profonde cavità, le rocce bruciate ed i passaggi sotterranei le vestigia di un mondo ormai sepolto.

Così scriveva Lorenzo Paladino nel 1826: In questi luoghi la natura presenta i più rari e meravigliosi fenomeni. Ivi si ravvisano vulcani estinti e semiestinti: un monte di nuovo formato dalle esplosioni: inondazioni delle acque del mare sino ad elevarsi, e coprire edifici con alte colonne tuttora visibili sotto la superficie del mare; gran copia di acque minerali e termali; in fine quivi si gode, e vi si ammirano fertili terre situate sotto un placido ed azzurro cielo, abbondanti di tutte le verdure di vaghi campestri fiori; erbe aromatiche; e di albori e piantagioni, che anticipano la propria stagione nello sbucciare le loro dolci e saporose frutta. Abbonda di una sabbia che dicesi "pozzuolana" molto apprezzata, perché ottima a fabbricare. In queste terre li Poeti con le loro feconde idee immaginarono la discesa in Averno; i Campi Elisj; la Palude Stigia, ed Acherusia; il passaggio della barca di Caronte; li contrasti fra Cerere, e Bacco; ed i campi Flegrei, in cui vinsero la guerra, che avevan mossa alli Dei i Giganti. Qui Virgilio vi modellò l'ammirabile sesto libro dell'Eneide.

La natura vulcanica dei Campi Flegrei era nota sin dall'antichità. Virgilio, nell'Eneide, scriveva: tizzoni ardenti e faville dalla montagna in fiamme volano dalle sue viscere e si congiungono in un arco di cielo.

Le più antiche notizie "geologiche" riguardanti l'attività vulcanica nei Campi Flegrei ci vengono fornite dall'erudito geografo Strabone (ca. 64 a.C. - 21 d.C.) nella sua opera "Geographica". L'autore, trattando delle modifiche della superficie terrestre, quali sollevamenti e sprofondamenti, causate dalle forze endogene che si manifestano attraverso terremoti ed eruzioni vulcaniche, asseriva che la Sicilia era stata sollevata dal fuoco dell'Etna allo stesso modo delle isole Eolie e Pithecusa (nome antico di Ischia). Egli riferiva inoltre che, secondo altre opinioni del suo tempo, la Sicilia e le altre isole erano pezzi "strappati" dal continente come anche Procida e Pithecusa che si erano staccate da Capo Miseno.

Pindaro ("Ode Pitia") sosteneva che tutto il tratto di mare che va da Cuma alla Sicilia conteneva del fuoco sotterraneo ed era costituito, in profondità, da cavità tutte collegate fra di loro ed alla terraferma. Perciò tanto l'Etna quanto le isole Lipari, il territorio di Dicearchia (l'odierna Pozzuoli), quello di Napoli, di Baia e dell'isola di Pithecusa avevano la stessa natura.

Nei Campi Flegrei secondo la mitologia greca si svolse una battaglia tra Ercole ed i Giganti "furibondi perché Zeus aveva confinato nel Tartaro alcuni loro fratelli" (R.Graves). E nelle viscere del sottosuolo flegreo, secondo la mitologia greca, vennero sprofondati i Giganti sconfitti che volevano usurpare l'Olimpo a Giove.

Ciò confermerebbe che il mito della battaglia dei Giganti nei Campi Flegrei rappresenti una effettiva conoscenza dell'attività vulcanica della zona. Secondo Dioniso di Alicarnasso (60 a.C.), Ercole venne in Italia alcune generazioni prima della guerra di Troia e quindi un certo tempo prima del 1200 a.C.

L'ultima attività vulcanica flegrea, prima dell'arrivo dei coloni greci è datata tra il 1700 e il 1500 a.C. e poteva dunque coincidere con la presenza di Ercole il quale avrebbe poi narrato il fatto al suo ritorno in Grecia.

Virgilio, nell'Eneide, cita il lago d'Averno come luogo d'accesso agli Inferi, dove egli vede imprigionati i Giganti che si ribellarono a Giove. Ma prima di Virgilio, Omero fa riferimento all'Averno come luogo visitato da Ulisse nelle sue peregrinazioni. Tali narrazioni ci confermano, quindi, che nel passato, le manifestazioni vulcaniche dei Campi Flegrei dovevano essere molto intense e che questi luoghi erano i più adatti per rappresentare l'immagine dell'inferno.

Associazione culturale "Oltre l'Averno"

Mappa geologica dei Campi Flegrei

INDUADRAMENTO GEOLOGICO-VULCANOLOGICO

I Campi Flegrei con Ischia e Procida rappresentano un sistema vulcanico complesso costituito da una serie di diciannove crateri concentrati in un'area di circa 65 Km² e disposti secondo un allineamento est-ovest. Questi crateri sono così ravvicinati che in diversi casi si sovrappongono; si verifica così che un cratere più antico sia stato parzialmente distrutto dalla formazione di uno più recente.

L'attività vulcanica dei Campi Flegrei è antecedente a quella del Vesuvio e l'area sembra essere rimasta in uno stato di quiescenza durante i tempi storici con l'eccezione dell'eruzione del vulcano Solfatara avvenuta nel 1198, e di quella del monte Nuovo, verificatasi nel 1538.

I meccanismi eruttivi dell'attività vulcanica dei Campi Flegrei sono di vario tipo con una netta prevalenza di quelli esplosivi, ed in particolare derivanti dall'interazione acqua-magma, rispetto a quelli effusivi.

Le eruzioni effusive sono caratterizzate da una bassa esplosività e dall'emissione di colate di lava che scorrono lungo i fianchi dell'edificio vulcanico. Se la lava si raffredda senza riuscire a scorrere, può dare origine ad accumuli di forma circolare chiamati duomi lavici.

Le eruzioni esplosive possono presentare vari "stili" eruttivi: se formano un'alta colonna eruttiva che si espande verso l'alto con una tipica nube di cenere a forma di pino vengono definite "pliniane" prendendo il nome da Plinio il Vecchio che morì durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e da Plinio il Giovane che la descrisse. In tali eruzioni il magma viene frammentato prima di giungere in superficie e poi scagliato verso l'alto sotto forma di bombe, scorie, pomici, lapilli e ceneri detti "prodotti piroclastici".

Nelle eruzioni esplosive vi sono differenti modalità di deposizione del magma eruttato. Un tipo di deposizione dei prodotti piroclastici avviene per "caduta": dalla nube che si espande dalla sommità della colonna eruttiva generata dal vulcano ricadono al suolo, per gravità, le ceneri e i lapilli incandescenti. Un secondo tipo di deposizione è per flusso piroclastico il quale è costituito da una "miscela" di frammenti di magma (ceneri, lapilli, e scorie) e gas che scorre con rapidità sul terreno allontanandosi dal centro eruttivo. Un fenomeno del genere può essere altamente distruttivo: basti pensare alla distruzione della città di Ercolano avvenuta durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

In altri casi, invece, l'attività del vulcano può essere di tipo "stromboliano", con esplosioni intermittenti e lancio di scorie e lapilli incandescenti che si alternano a flussi lavici. Tale attività è tipica, ad esempio, del vulcano Stromboli che è in stato di perenne attività vulcanica.

Eruzioni generalmente esplosive sono quelle freatomagmatiche in cui si ha un contatto diretto tra magma ed acqua: l'acqua viene "impattata" dal magma incandescente in rapida risalita attraverso il condotto. Può essere acqua profonda, di falde sotterranee o acqua superficiale, di laghi craterici (es. lago d'Averno), o marina, in tal caso l'attività vulcanica avviene sott'acqua.

La ricostruzione degli eventi vulcanici susseguitisi nella zona dei Campi Flegrei, è stata realizzata avvalendosi di uno strato di riferimento cronologico detto marker stratigrafico, quale quello della Formazione del Tufo Giallo Napoletano, omogeneamente diffuso nell'intero territorio flegreo, in base al quale suddividere un'attività precedente ed una successiva a questo livello-guida.

L'esame delle sequenze stratigrafiche, unitamente alle datazioni assolute, ha consentito la suddivisione dell'attività vulcanica flegrea in quattro cicli, di seguito elencati.

  1. Ciclo - I prodotti vulcanici appartenenti a tale ciclo hanno un'età antecedente ai 35.000 anni. A tale ciclo possono essere ascritte le seguenti formazioni vulcaniche: Vivara, Punta Serra, Torre Murata, Fiumicello che affiorano soprattutto a Procida, Formazione dello scoglio di S. Martino, Monte Grillo (Monte di Procida) e cupole laviche di S. Martino, Formazione delle cupole laviche e brecce di Punta Ottimo (Procida), Cuma e Marmolite (Quarto). Inoltre a tale ciclo appartengono anche i tufi di Torre Franco ed un livello di pomici da caduta rinvenuto, per lo più, alla base dell'Ignimbrite Campana.
  2. Ciclo - I depositi vulcanici appartenenti a tale ciclo hanno un'età compresa tra i 35.000 ed i 30.000 anni. La messa in posto dell'Ignimbrite Campana e della Formazione del Piperno-Breccia Museo sono da ascrivere a tale intervallo di tempo. Alcuni autori considerano i due depositi conseguenza di una sola eruzione mentre altri sostengono che essi sono distinti anche se vi è una evidente continuità stratigrafica tra le due formazioni.
  3. Ciclo - Appartengono a tale ciclo i Tufi Biancastri (affioranti a Soccavo), i Tufi Antichi (affioranti nella zona urbana di Napoli), la Formazione del Vulcano di Solchiaro (Procida), e la Formazione del Vulcano di Torregaveta. Questi depositi hanno un'età probabilmente compresa tra i 18.000 ed i 15.000 anni. A tale ciclo si annovera anche la messa in posto del Tufo Giallo Napoletano avente una età di circa 13.000 anni.
  4. Ciclo - L'età assoluta delle formazioni appartenenti a quest'ultimo ciclo partono da 10.000 anni per giungere all'eruzione storica verificatasi nel 1538 del Monte Nuovo. L'analisi dei dati geo-cronologici evidenzia uno stato di quiescenza dell'attività vulcanica nell'arco di tempo compreso tra i 30.000 ed i 20.000 anni; venutosi a determinare dopo l'eruzione, e quindi dopo la messa in posto, dell'Ignimbrite Campana. Questo grosso evento che generò depositi che poi sono stati ampiamente sfruttati come pietra da costruzione (piperno, tufi in s.s.) ha dato origine secondo alcuni autori alla formazione della caldera flegrea i cui margini sono ancor oggi ben conservati. L'area suddetta è delimitata a N da P.ta Marmolite al limite settentrionale della Piana di Quarto, a NE dalla collina dei Camaldoli, a SE dalla collina di Posillipo e ad W dal Monte di Procida. Di questa eruzione, di dimensioni enormi sia per volume di magma eruttato (stimato nell'ordine degli 80 Km³) che per estensione delle aree ricoperte da tali depositi (circa 7.000 Km²), non si ritrovano molti affioramenti all'interno dell'area della caldera.

L'altra grande eruzione dell'area flegrea è quella della formazione del Tufo Giallo Napoletano, la cui eruzione (50 Km³ di magma su un'area di 350 Km²) è posta al culmine di una intensa attività eruttiva precedente a tale grosso evento. Ci sono evidenze di uno sprofondamento della parte centrale dei Campi Flegrei lungo linee di frattura che poi costituiranno la via di facile risalita dei magmi che hanno caratterizzato gli ultimi intensi 10.000 anni di attività vulcanica. Sono ascrivibili a tale periodo le eruzioni di Gauro (M. S. Angelo e di M. Barbaro), Archiaverno, Punta dell'Epitaffio, Monteruscello, Capo Miseno, Porto Miseno, Nisida, Banco di Nisida (sommerso), La Pietra; questi sono tutti vulcani in tufo giallo.

Vulcani che hanno generato prodotti incoerenti come pozzolane, pomici, etc., sono: complesso vulcanico di Agnano, Solfatara, Astroni, Cigliano, Bacoli, Baia, Fondi di Baia, Averno, Monte Nuovo, Montagna Spaccata, Concola, Fondo Riccio, Senga, Minopoli, S. Teresa, Toppo Imperatrice all'interno del cratere degli Astroni. Eruzioni che hanno generato "cupole laviche" sono, ad esempio, Duomo dell'Accademia e M. Spina ad Agnano.

La morfologia di tali edifici vulcanici è influenzata oltre cha dalle modalità eruttive, anche dai fenomeni erosivi che si manifestano successivamente e che sono legati alle frane ed alle incisioni provocate dai corsi d'acqua. Le frane sono causate da un insieme di fattori quali intensi eventi piovosi, elevata distribuzione di versanti molto acclivi, dalle alterazioni antropiche e dallo scalzamento al piede dovuto all'azione del mare.

Infine, alcune considerazioni per la valutazione del rischio vulcanico nei Campi Flegrei; non esiste una documentazione storica sull'attività eruttiva nei Campi Flegrei, con la sola eccezione della eruzione del Monte Nuovo, durata dal 28 Settembre al 6 Ottobre 1538. Quindi tutte le valutazioni che possono essere fatte sono state dedotte dall'osservazione dettagliata dei depositi delle eruzioni avvenute in passato e degli apparati vulcanici che sono in gran parte ben conservati.

Eventuali attività future potrebbero coinvolgere piccoli volumi di magma con modalità eruttiva di tipo esplosivo e fenomenologie di deposizione del tipo "flusso piroclastico".

Associazione culturale "Oltre l'Averno"